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Burtonesque

Spesso, la mancanza di cultura e di riferimenti espressivi può portare alla creazione di luoghi comuni, ma a volte, tali semplificazioni, divengono così insistenti e reiterate da determinare delle vere e proprie mode e in rari casi addirittura delle correnti artistiche. E’ il caso di Tim Burton, che con il suo originale mondo strampalato, basato sulla diversità e sulla difficoltà di integrarsi in una società normale, ha dato il via a una schiera di imitatori, alcuni inconsapevoli, altri sinceri, altri ancora subdolamente plagiatori, che sotto la bandiera di capoccioni spropositati, magliettine a righe e spirali, ha alimentato l’immaginario popolare, arrivando a forgiare un vero e proprio fenomeno culturale: il Burtonismo, o Burtonesque, per dirlo alla francese.


E non si tratta di un fenomeno strettamente legato al cinema, ma che tocca un insieme correlato di diverse forme di espressione, come illustrazione, musica, letteratura, fotografia, ecc. Così, chiunque da più di un ventennio si ritrova a fare film, a illustrare libri, o semplicemente a scarabocchiare attorno a tematiche malinconiche, macabre, gotiche, facendo della sproporzione fisica e dell’incomunicabilità legata alla diversità un marchio di fabbrica, si ritrova inesorabilmente etichettato come burtoniano. E molto spesso, per ingenuità collettiva, vengono tacciati come tali quegli stessi riferimenti che il buon Tim Burton dissemina nelle sue opere, che invece il più delle volte sono cronologicamente antecedenti.


Quante volte è capitato di sentir dire che Edward Gorey è burtonianio? Tantissime, infinite. Anche se il macabro e originale illustratore americano sia nato nel 1925 e che tutta la sua opera sia diventata uno dei fondamenti dell’ispirazione di Tim Burton.


A dire il vero esiste un vero e proprio movimento artistico denominato Pop Surrealism, evoluzione di una corrente chiamata Low Brown nata a los Angeles negli anni 70, nel quale Burton viene spesso collocato, anche se lui non ha mai ufficialmente dichiarato di aderire o di sentirsi rappresentato dalle istanze espressive di chi ne fa orgogliosamente parte, come Mark Ryden , Marion Peck, Ray Caesar, Elizabeth McGrath, Joe Sorren.


E il Pop Surrealism, già dal nome, richiama due elementi fondamentali della poetica burtoniana, ovvero il Surrealismo, l’ avanguardia artistica del novecento, che insieme all’Espressionismo tedesco è stato fin dalla giovinezza fonte di ispirazione per Burton e il suffisso Pop, inteso come popolarizzazione di una forma espressiva artistica regalata a tutti, utilizzando dispositivi visivi e comunicativi facilmente comprensibili, senza il bisogno di possedere una cultura o una formazione specifica.


Mark Ryden


Nel film Miss Peregrine – La casa dei ragazzi speciali, sono disseminati tantissimi riferimenti ad autori e artisti che hanno influenzato Tim Burton, alcuni volutamente dichiarati e già omaggiati in vario modo come in altre pellicole, altri invece utilizzati disinvoltamente, senza curarsi del fatto che sono destinati ad essere riconosciuti solamente da un pubblico di nicchia o di addetti ai lavori. Si va dai pionieri della fotografia che immortalavano fenomeni da freak-show, ai finti fotomontaggi con spettri dell’epoca vittoriana, direttamente richiamati dalla collezione di vecchie foto che il protagonista riceve in regalo dal nonno, fino ad arrivare alle sconvolgenti composizioni di Joel Peter Witkin, richiamato in maniera assai velata in alcuni momenti molto cupi del film.

Una fotografia di Joel Peter Witkin


Tutti avranno sicuramente colto e apprezzato il doveroso omaggio che viene fatto nei confronti del maestro assoluto della stop-motion americana Ray Harryhausen, che era gia stato chiamato in causa in passato; il pianoforte suonato ne La Sposa Cadavere era infatti di marca Harryhausen. Qui un’ armata di scheletri viventi e impavidi richiamano inequivocabilmente le gesta dei loro antenati ossuti che combattevano contro Giasone nel film Gli Argonauti del 1963.

Gli scheletri di Harryhausen

Ma non tutti quelli che sono rimasti morbosamente affascinati dalle peculiarità del cupo Enoch, un ragazzo in grado di infondere la vita a cose morte, avranno riconosciuto i riferimenti diretti ad altri due pilastri fondamentali dell’animazione a passo uno, ovvero Jan Svankmajer e i fratelli Quay, il primo, animatore ceco e costruttore di burattini fatti con crani, ossa e pezzi di animali impagliati e i secondi, americani ma ormai europei per scelta, utilizzatori seriali di vecchie bambole di porcellana e di fantocci scricchiolanti. E se fino a un certo momento tale richiamo poteva sembrare casuale o legato a una fugace suggestione visiva del nostro Tim, nel momento in cui due creature si animano è la partitura musicale che non lascia più dubbi, poiché le note echeggiano ammiccando la partitura composta da Lech Jankowski per il meraviglioso cortometraggio dei Quay Street of Crocodiles del 1986.


Street of Crocodiles dei fratelli Quay


Mossa sicuramente rispettosa e devota da parte di Burton, che in questo modo ammette e dichiara tale filiazione visiva, ma decifrabile solo da chi ha avuto la fortuna di imbattersi in capolavori purtroppo estromessi dai normali circuiti cinematografici.


Ma la poetica e lo stile di un autore sono fatti anche di simili sottigliezze, diventando quasi un gioco andare a ricercarle tra i fotogrammi. E poi basta sapere che è stato proprio grazie a Tim Burton che l’animazione stop-motion è uscita finalmente allo scoperto, rianimandosi dal mortifico torpore nel quale l’industria cinematografica l’aveva relegata.


La stanza di Enoch in Miss Peregrine – La Casa dei Ragazzi speciali

Quello che più fa riflettere sull’ultimo film di Tim Burton è l’allontanamento dello stesso autore da quello stile che lui stesso ha creato all’inizio della propria carriera e che si è evoluto negli anni insieme a lui, determinando mode, influenzando altri autori e arrivando a confluire in una vera e propria corrente espressiva. Cosa voluta, o inconsapevole?

Sia ben chiaro, Miss Peregrine – La Casa dei Ragazzi Speciali è un film assolutamente riuscito, che rende perfettamente giustizia al fortunato romanzo di Ransom Riggs , anche se strutturalmente modificato per assumere una struttura filmica auto-concludente e che non desse il via all’ennesima saga cinematografica young-adult. Ma è anche vero che la caratteristica principale dello stile di Burton consiste nella creazione di un mondo stralunato e nella descrizione puntuale e originale dei personaggi che lo popolano, non è certo sottolineato da una calligrafia registica perfettamente riconoscibile, come quella di un Wes Anderson o un Terry Gilliam ( per capirci e mantenerci su un versante commerciale, senza chiamare in causa misconosciuti autori), quindi non bastano svariati stilemi disseminati tra le immagini, come gli alberi a forma di animale per esempio, a far diventare a colpo d’occhio Burton il vero Burton.



Manca inoltre un elemento essenziale per la riconoscibilità di stile, ovvero il connubio indissolubile con un compositore che crei un unico elemento comunicativo fatto di immagine e musica, quel fortunato caso in cui l’uno rafforza l’altro e viceversa, rendendolo perfettamente identificabile dopo una manciata di fotogrammi. In poche parole manca da troppi film quel Danny Elfman che tanto aveva dato al cinema di Tim Burton, da Pee-wee's Big Adventure e Beetlejuice - Spiritello porcello passando per Tim Burton’s Nightmare Before Christmas e La Sposa Cadavere fino a Big Eye uno dei film meno burtoniani del buon Tim, insieme a Il Pianeta delle Scimmie. D’altronde la stessa sorte è toccata a molte coppie sullo schermo, come Peter Greenaway e Michael Nyman o Jean Pierre Jeunet e Yann Tiersen.


Non si può dire se questo allontanamento dal Burtonesque sia un bene o un male per Tim Burton, perché rappresenta sicuramente una fase matura e ben riuscita di una forma cinematografica complessa, che apre nuove forme di sperimentazione e allontana l’autore dal pericolo dell’auto-manierismo, cosa successa a molti suoi colleghi. Ma viene anche naturale riflettere sulle derive del grande cinema, sempre più blindato nei confronti dell’autore e impegnato a sfornare strutture e modelli già visti, al limite del prevedibile, a differenza di altre forme di espressione dove un movimento artistico come il Pop Surrealism dimostra che è possibile cercare e trovare una sana e funzionale forma di compromesso.


Se Tim Burton si affacciasse oggi timidamente nel mondo della produzione cinematografica, gli sarebbe permesso di fare film? E se si, potrebbe imporre tutto il suo meraviglioso mondo fino ad arrivare a diventare un icona di stile e a dettare le regole di una corrente espressiva? Forse si, perché il ragazzaccio di Burbank è pur sempre geniale, originale e pieno di risorse, ma dovrebbe sicuramente rivedere le tappe della sua biografia, iniziata casualmente con l’abitare a poca distanza dagli studi Disney e disseminata da non pochi fortunati eventi.





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