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Tutti i diritti riservati © Stefano Bessoni

Se Jane Austen non lo avesse già utilizzato, il titolo Orgoglio e pregiudizio sarebbe perfetto per raccontare la vita di Cesare Lombroso: una favola nera ambientata ai tempi dell’unificazione d’Italia, tra briganti, folli, cretini, delinquenti, malattie terribili, guaritori, patologi, medium e spiritisti. La storia di Lombroso è la novella macabra di un uomo votato alla scienza, che collezionò teschi di pazzi e criminali e dissezionò cadaveri, alla disperata ricerca di quei caratteri primitivi che avrebbero dimostrato l’ineluttabilità della condizione di delinquente, un tema a cui si dedicò instancabilmente oscillando sul labile confine tra genio e follia. La sua è una storia che potrebbe essere scaturita dalla penna di Mary Shelley o di Edgar Allan Poe, una vicenda così mirabolante, avventurosa e ricca di aneddoti che si stenta a credere alla sua veridicità. Quella di Cesare Lombroso fu un’esistenza votata al progresso scientifico, cullata dal miraggio del positivismo, che lo portò a pensare che tutto potesse essere misurato, catalogato e controllato. Le sue teorie oggi sono state confutate ma rappresentano comunque una base di studio e importanti spunti di riflessione sull’etica della scienza e la metodologia della ricerca.

 

Partendo fantasticamente dai ricordi confusi che affiorano nella testa di Cesare Lombroso conservata sotto formalina, ho voluto costruire un ritratto personale del padre della criminologia moderna, figura assai controversa che ancora oggi suscita feroci dibattiti. È curioso pensare che tale reperto anatomico non sia oggi esposto, ma custodito gelosamente in qualche luogo nascosto nel polo museale torinese che riunisce il Museo di Anatomia Umana Luigi Rolando, il Museo della Frutta Francesco Garnier Valletti e il Museo di Antropologia Criminale Cesare Lombroso. Disattendendo le volontà di Lombroso, il suo volto è oggi negato alla vista dei visitatori per tenerlo al sicuro da curiosità morbosa, scherno, rabbia o repulsione. Ma non è sempre stato così: nel precedente allestimento nella vecchia sede di Corso Galileo Galilei, il reperto era esposto in compagnia dello scheletro e del cervello, per la gioia di studiosi e curiosi, anche se formalmente il museo non era aperto al grande pubblico.
Nel 1978 il preparato patologico fece un viaggio e venne esposto presso la Galleria d’Arte Comunale di Bologna nell’ambito della mostra “Metafisica del quotidiano”, curata da Franco Solmi, in una sezione intitolata “L’ambiguità del rituale”, che prevedeva un’installazionedi Giorgio Edoardo Colombo. Qui, in un suggestivo allestimento insieme ad alcuni oggetti personali, il volto di Lombroso fu messo in relazione con le fotografie della Sacra Sindone di Torino e di una sindone di Che Guevara di dubbia autenticità, che fu trovata in Sud America, dove veniva esposta clandestinamente. A testimonianza di questa esposizione restano un paio di scatti di Ando Gilardi, che partecipò anche al progetto. Sono immagini talmente surreali da avermi fatto pensare che si trattasse di una macabra messinscena. Da qui è scaturita la prima scintilla che mi ha portato a scrivere questo libro. Nel racconto e nelle illustrazioni, ho cercato di trasmettere la mia fascinazione per il personaggio criticandone al contempo le posizioni bigotte, razziste e intransigenti, che nel tempo sono diventate terreno fertile per tante discriminazioni. Il mio intento era fornire uno spunto di riflessione su una storia stupefacente e poco conosciuta ambientata in un’Italia neanche troppo lontana dai nostri giorni.

 

Oggi c’è chi vorrebbe dimenticare Lombroso, auspicando la chiusura del museo a lui dedicato. È in corso un’aspra battaglia legale per chiedere la restituzione del cranio di Giuseppe Villella e di altri reperti appartenuti a presunti briganti, delinquenti comuni e malati di mente, per poter dar loro sepoltura e porre fine a quella che è ritenuta un’atroce discriminazione. Ma Cesare Lombroso è parte integrante della storia e della cultura italiane e le sue teorie ci permettono di capire come la scienza si evolva continuamente e progredisca anche grazie agli errori. Cancellando la memoria non si pone rimedio a un’ingiustizia avvenuta in un’epoca in cui si credeva ciecamente nella scienza e nel progresso e la diversità suscitava sgomento e ostilità. L’oblio rischia piuttosto di permettere alle ingiustizie di riaffermarsi ciclicamente, beffandosi di quanto avvenuto in passato.

 


Stefano Bessoni