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Peter Greenaway

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Un quaderno di appunti, riflessioni e illustrazioni su Peter Greenaway, colui che mi ha fatto capire che un film altro non è che un contenitore illimitato, nel quale rinchiudere concetti, teorie e ossessioni. La sua è una forma di cinema (o altro) che può essere vista e rivista quanto si vuole, interrompendola, spezzettandola, arricchendola con esperienze cognitive parallele, come avviene per i libri, che a ogni nuova lettura regalano dettagli e contenuti disseminati tra le righe, nella complessità del gioco strutturale. È convinto (ed io con lui) che la storia, in quanto meccanismo meramente narrativo, uccide la storia, che bisogna fidarsi dell’opera e non dell’autore, ma soprattutto del fatto che il cinema è morto.

Greenaway è prima di tutto un convinto provocatore. Spinge l’interlocutore oltre i limiti dell’irritazione, costringendolo a riflettere e a rivedere le proprie posizioni, o ad allontanarsi infastidito dal suo pungente, quanto misurato, argomentare, spesso arrogante all’apparenza. È uno degli autori più importanti del cinema contemporaneo, un artista che si nutre di pittura, scrittura, musica, teatro, danza e di ogni forma espressiva che si possa immaginare.  Il suo cinema complesso, enciclopedico e artificioso, è un gioco creativo infinito che strizza l'occhio a Lewis Carroll e Jorge Luis Borges, un territorio fiabesco, spesso crudele, sconcertante, nel quale smarrirsi per esplorare le sfaccettature più inattese dell’animo umano, dell’intelletto e del corpo.

I ricordi mi riportano spesso in un freddo pomeriggio sul finire degli anni Ottanta, quando venni trascinato al cinema dai miei amici. La combriccola era composta da un oscuro incisore che intendeva seguire alla lettera l’eredità rembrandtiana, un emulo di Duchamp, che di lì a breve avrebbe perso il senno inseguendo le sue ardite teorie, un entomologo fissato con le falene notturne e uno scacchista smilzo, alto quasi due metri, che mi ripeteva in continuazione: “Come si può scambiare l’entomologia per scienza? È solo una volgare forma di necrofilia!”.

La mia proverbiale pigrizia si faceva sentire fin dalla giovane età. Non ne volevo sentire di uscire di casa. Preferivo starmene rintanato a scarabocchiare, leggere e scrivere, a riordinare la mia collezione di coleotteri, o magari a sistemarne qualche decina di esemplari, visto che all’epoca collaboravo come preparatore per corrispondenza con una ditta austriaca di articoli per entomologia e divoravo le opere di Kafka, nutrendo forse la speranza di trasformarmi in un enorme insetto.

Non mi lasciai abbindolare dal duchampiano, che dissertava sul valore intrinseco del film scelto per la grande quantità di scene di nudo, ma quando il lepidotterologo mi disse che il regista era anche lui fissato con gli insetti e aveva inserito splendide inquadrature di coleotteri e farfalle ispirate alle nature morte fiamminghe, infilai il cappotto e mi diressi con loro al cinema, ignaro di quello che sarebbe poi successo. Ero completamente all’oscuro del fatto che quel giorno, con la visione di un film, sarebbe cambiato il corso della mia vita.

E così, in un piovoso pomeriggio del 1987, in un piccolo cinema d’essai al centro di Roma, uno di quelli con le sedie di legno scricchiolanti e la moquette lercia, tra uno sparuto gruppo di cinefili incalliti e coppie di vecchietti ignari, vidi Giochi nell’acqua di Peter Greenaway. Fu la mia folgorazione sulla via di Damasco. Quel giorno ebbi l’intuizione che potevo riunire tutte le mie suggestioni, le mie ossessioni, le mie paturnie esistenziali, le mie sperimentazioni visive, in un contenitore che aveva la forma di un film. Presi coscienza che forse il cinema non era solamente quello dei grandi registi americani e degli spettacolari colossal hollywoodiani, ma che esisteva un folto manipolo di autori nel cuore della vecchia Europa che operava in maniera sovversiva per rivendicare quello che il capitalismo, sobillato da una lesiva arroganza pop, aveva strappato con violenza a quella che sarebbe dovuta rimanere una libera forma di espressione.

Di una cosa sono certo: non mi sbagliavo. Non mi pento delle mie scelte, ci mancherebbe, ma per me è stato l’inizio di una vita grama, di un percorso disseminato di ostacoli e pieno d’incontri con personaggi biechi, buffoni, impostori, millantatori, perditempo, una corte dei miracoli tale da far impallidire la popolazione del Pinocchio di Collodi. Non mi rendevo conto, come lo stesso Greenaway ammoniva, che il cinema è morto e che io brancolavo come un cadavere vivente, sbavando e grugnendo sui vetri delle società di produzione, in attesa del fatidico colpo che mi avrebbe fatto saltare il cervello.

Oggi, a tanti anni di distanza, nel pieno di una pestilenza, sul baratro di una nuova guerra mondiale, nel delirio dilagante dei social network e della maleducazione digitale, ho deciso di scrivere e disegnare un mio personale ritratto di Peter Greenaway. Ho scelto di farlo in un momento difficile per me e ho voluto iniziare a lavorarci in occasione del suo ottantesimo compleanno, in cerca ancora una volta di quel sostegno e di quelle motivazioni che ho sempre ricevuto dal suo lavoro. Greenaway mi ha insegnato che bisogna sempre fidarsi dell’opera e non dell’autore, ma io ho capito che di lui mi posso fidare.

 

Roma, aprile 2022

 

Per ragioni inaspettate il lavoro su questo libro si è fermato per più di un anno. Il Museo Nazionale del Cinema di Torino ha voluto dedicare una meravigliosa mostra al mio immaginario, del quale Peter Greenaway è in buona parte inconsapevole mentore e ispiratore. E non solo, Domenico De Gaetano, grande amico e direttore del museo, mi ha poi coinvolto nel progetto dedicato a Tim Burton, altra figura che ha contribuito a contaminare il mio lavoro, imponendomi quella sfumatura pop che per tanti anni mi sono rifiutato di accettare. Sono state esperienze importanti, che mi hanno permesso di superare quel momento difficile a cui accennavo nelle righe scritte in precedenza e di fare il punto sulla mia ricerca poetica ed espressiva e anche di analizzare da un’angolazione differente lo stato attuale del cinema, del linguaggio filmico e in generale di riflettere sulle prospettive e le derive delle arti visive contemporanee.

Quello che posso affermare con certezza è che la mia stima e le convinzioni sull’opera di Peter Greenaway non sono state minimamente scalfite, anzi si sono rafforzate. Riprendo quindi a scrivere e disegnare con rinnovato vigore.

 

Torino, novembre 2023

 

Stefano Bessoni

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