Peter Greenaway
He Read Deep
Into The Night
Si immerse nella lettura fino a notte fonda
Stories 1-100
Un progetto editoriale tra cinema, scrittura e illustrazione
500 racconti brevi di Peter Greenaway
con illustrazioni di Stefano Bessoni
Tanti racconti brevi, molto brevi, di Peter Greenaway. Racconti assurdi, idee per film mai realizzati, appunti entomologici su un'umanità afflitta dal disagio esistenziale e in preda delle ossessioni. Le storie sono accompagnate dalle illustrazioni di Stefano Bessoni. Testo e disegni si intrecciano in un gioco di elementi per il lettore, aprendo una riflessione sul campo di battaglia tra parola e immagine.
5 libri, ognuno con 100 racconti e oltre 30 illustrazioni
Formato 17 x 24 cm.
120 pagine per ogni libro
Copertina rigida

Negli ultimi cinquant’anni ho raccolto i miei racconti. Si tratta invariabilmente di riflessioni nate da fascinazioni che non hanno mai trovato casa altrove. Spesso sono stati scritti come provocazioni, o idee per film mai realizzati, per progetti incompiuti, suggestioni per dipinti, per il teatro, per mostre o semplicemente considerazioni a sé stanti. Fin dai miei esordi nel cinema ho scritto racconti brevi, anzi molto brevi: a volte due o tre frasi, magari un paragrafo.
Sono arrivato a quasi un migliaio di storie e ho la netta sensazione che non smetteranno di aumentare. Alcune hanno trovato la loro strada nei miei primi cortometraggi – storie raccontate direttamente alla cinepresa in H is for House e Vertical Features Remake –, altre sono diventate l’ossatura stessa di un film, come nel caso di Dear Phone. Questi racconti si riversano anche, in modo stravagante, nelle tre ore enciclopediche di The Falls.
Si sono moltiplicati nel tempo, arrivando a toccare quasi tutto ciò che mi interessa. Alcuni soggetti tornano con insistenza: pittori e dipinti, uccelli e storia naturale, anatomia, Roma e i Romani, i Paesi Bassi e gli olandesi. Ricorrono Darwin, Rembrandt ed Enrico VIII. E le storie sulle storie sono infinite. The Cook, The Thief, His Wife and Her Lover è incentrato sulle portate servite durante una cena, mentre un’altra sceneggiatura immagina un vecchio che scrive un centinaio di storie sulle torri di una città – una struttura che mi permette di parlare di morte, perdita, arroganza umana, invecchiamento, mortalità ed eutanasia.
Non so ancora se tutto questo approderà mai al cinema.
Insieme all’artista, pittore e illustratore Stefano Bessoni, presento oggi una raccolta di questi racconti, accompagnati dai suoi disegni.
E così, abbiamo iniziato.
Peter Greenaway
Sono racconti brevi, talvolta folgoranti, a volte aneddoti e divertissements non più lunghi di un paio di righe. Dissacranti e ironici, dagli esiti beffardi o tragici, scritti in uno stile elegante e distaccato, pieni di paradossi e depistaggi. Ci si possono ritrovare i nonsense di Edward Lear, il realismo magico di Borges, le strutture narrative di Calvino, ma soprattutto la sua voce inconfondibile: il gusto per la classificazione e l’eccesso, l’amore per il linguaggio e per le sue continue reinvenzioni.
Queste brevi storie prendono vita grazie all’incontro con un interlocutore perfetto: Stefano Bessoni. Filmmaker innamorato della stop-motion, collezionista di teschi e insetti, disegnatore di creature poetiche e inquietanti, Stefano è un artista che ha sempre considerato Peter come un maestro. Lo ha studiato, “vivisezionato”, fino a dedicargli una delle sue più riuscite biografie illustrate. Nessuno meglio di lui avrebbe potuto dare un corpo a queste storie e un volto ai personaggi: le sue illustrazioni non li accompagnano semplicemente, li trasformano, li interpretano non solo visivamente ma li forgiano, come fece John Tenniel per Alice nel paese delle meraviglie di Lewis Carroll. I protagonisti sono disegnati in modo talmente intenso che sembrano in grado di trasformarsi in burattini e muoversi da un momento all’altro.
Così l’universo colto, ironico e bizzarro di Peter si intreccia con le atmosfere cupe e fiabesche di Stefano e il risultato è un dialogo raro, dove testo e immagine si illuminano a vicenda, parola e disegno si arricchiscono reciprocamente dando vita a un’opera che ci permette di attraversare una porta segreta nella biblioteca di Greenaway: un invito a perderci in un labirinto di storie e visioni, dove ogni pagina è una nuova soglia da varcare per renderci partecipi della sua travolgente immaginazione.
L’aspetto più divertente è il gusto per il paradosso: Peter afferma che il cinema è morto eppure continua a fare film, sostiene che gran parte dei film non è altro che testo illustrato mentre le potenzialità del cinema dovrebbero essere in mano ai pittori e non agli scrittori. Stefano ha trasferito nelle illustrazioni e nei suoi burattini la sua passione per le immagini in movimento. E allora, sotto molti aspetti, anche questo libro è cinema: un cinema fatto di carta e d’inchiostro, di linee e di parole, di visioni che scorrono non sullo schermo ma tra le pagine. Un film da leggere, un racconto da guardare.
Domenico De Gaetano
Nel corso degli anni, oltre a guardare e dissezionare ogni opera di Greenaway con un atteggiamento patologico, ho spesso pensato a quelle piccole narrazioni grottesche e spiazzanti, che avevo incontrato per caso tanto tempo fa, dove persone con fissazioni peculiari, zoologi e strambi scienziati, degni dell’Enciclopedia delle Scienze Anomale che sognava Raymond Queneau, si mostrano in tutta la loro testardaggine e fragilità. Sono racconti che fanno pensare a Jorge Luis Borges e Italo Calvino, ma anche, per lo spirito affine, a quelli di Juan Rodolfo Wilcock, surreali, assurdi, colmi di paradossi esistenziali. A volte ho fantasticato di lavorarci, di fare ritratti di quei personaggi che in fondo mi assomigliano tanto, ma è sempre rimasta una fantasia audace, che non ho mai avuto il coraggio di realizzare.
Durante i primi scambi di idee per impostare il progetto, sono rimasto molto colpito nel sentire Peter parlare del campo di battaglia tra immagine e testo. Lui sostiene, e io concordo, che il testo ha una libertà che l’immagine non può avere. L’immagine invece tende a fissare un’idea che la parola scritta non ha. Un’immagine stimolata da un testo è diversa per chiunque legga quel testo. Un’immagine da sola non ha questo vantaggio.
Per questo motivo, ho deciso di concentrarmi sui protagonisti delle brevi narrazioni, figure che portano nel profondo della loro anima disagi esistenziali, ossessioni, sogni paradossali e di aggiungere alcuni elementi presenti nel testo, senza ambientazioni o contesti specifici. Non volevo cadere in una mera narrazione illustrata, ma trasformare testo, immagini ed elementi grafici in un gioco per il lettore, in modo che possa fantasticare con i pezzi a disposizione, sviluppando un’idea personale. E proprio per non rischiare, credo che molte storie debbano rimanere senza immagini, conservando tutto il mistero evocativo che solo la parola scritta può suggerire.
Stefano Bessoni








