IMG_20210428_074018.jpg

Non sono un entomologo, o forse sì, in virtù di un ventisette strappato miracolosamente al barbuto prof. Augusto Vigna Taglianti all’esame di entomologia durante gli studi universitari, o magari per le tante serate trascorse nella macabra penombra delle stanze del Museo Civico di Zoologia di Roma, con gli accoliti dell’Arde (Associazione romana di entomologia) a disquisire di antenne flabellate, elitre lisce o corrugate, mandibole e palpi labiali. In quel mausoleo delle scienze naturali, tra scheletri e austeri entomologi riuniti in una sorta di confraternita segreta, cominciai a muovere i primi passi tra gli insetti e ad amare gli effluvi tossici di paradiclorobenzolo e formalina, riconoscendoli come un odore che infonde serenità.

Così, mentre a scuola i miei compagni discutevano animatamente se fossero meglio i Duran Duran o gli Spandau Ballett, tra lo sdegno degli emuli dei Sex Pistols e The Clash, io e i miei amici ci crogiolavano nel dilemma di quali fossero gli insetti più belli tra lepidotteri, coleotteri, ortotteri o fasmoidei. A mio avviso, già da allora non sussisteva tenzone, i coleotteri sono in assoluto i più mirabolanti rappresentanti del mondo degli insetti.

 

Tanti anni sono passati da quelle prime scorribande entomologiche, ma i coleotteri sono rimasti sempre nel mio mondo, anche quando arrivai alla scelta drastica di lasciare gli studi scientifici e intraprendere la strada della ricerca espressiva, cominciando a sperimentare tra cinema e illustrazione. Poi, in questi ultimi tempi ho realizzato un sogno che avevo fin da ragazzo, ovvero allevare coleotteri giganti tropicali, colmando in maniera illusoria la mancanza di non essere mai riuscito a osservarli nel loro ambiente naturale, oggi minacciato dalla stoltezza umana e spesso scenario di guerre o traffici criminali.

 

Recentemente, una sera di mezza pandemia, passeggiando per Torino mi sono soffermato davanti alle vetrine della mia libreria antiquaria preferita, imbattendomi in un libro che ha catturato la mia attenzione, anzi, a onore del vero, mi ha folgorato. Era Il libro dei coleotteri di Achille Griffini, prima edizione del 1896, opera illustrata da 50 ricche tavole in cromolitografia rappresentanti oltre 1300 specie e da 179 incisioni intercalate nel testo. Inutile aggiungere che dopo non pochi rimuginamenti di natura economica e successivi sensi di colpa il libro è diventato mio. Mi ha incantato, con il suo linguaggio vetusto e forbito, con le splendide immagini che permettono una facile classificazione e con il suo approccio divulgativo ma mai superficiale. È il libro che avrei sempre voluto avere e che mi avrebbe fatto felice agli albori del mio percorso da coleopterologo.

 

E così, il buon Griffini mi ha dato la voglia e la spinta giusta per realizzare un libro tutto mio, un volume che possa riunire in un unico compendio quello che i coleotteri rappresentano per me, girovagando con disinvoltura tra entomologia e storia della scienza, ma anche letteratura, cinema e altre arti espressive.

 

IMG_20210226_150440.jpg