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STREET OF CROCODILES di Stephen e Timothy Quay, poesia visiva a passo uno

March 24, 2017

Dalle pagine di uno dei capolavori della letteratura polacca, Le botteghe color cannella di Bruno Schulz, nel 1985 i fratelli Quay danno vita a uno dei più bei film in animazione stop-motion mai realizzati. Per la storia si appoggiano a uno dei capitoli centrali del libro in questione, in cui viene descritta una singolare quanto misteriosa strada della vecchia Drohobycz, chiamata la Via dei Coccodrilli, piena di vecchie botteghe ricolme di meraviglie di ogni genere e di singolari sartorie nel cui retrobottega avvengono strani, nonché ambigui, traffici. Il film non ha una vera e propria trama ma si affida alle sensazioni, ai suoni, a una serie di suggestioni che rimangono fedeli all’originale più di ogni altra trasposizione. È come se i pensieri disordinati che si affacciano alla mente durante la lettura del libro divenissero concretamente visibili anche ad altri spettatori, in un ambiguo gioco di rimandi che legano indissolubilmente le immagini alla parola scritta.

 

 
L’esplorazione di questa strada avviene seguendo il girovagare di un misterioso personaggio, dal fare guardingo, al quale è stata donata la vita da un uomo che osservava la mappa della città vecchia attraverso un kinetoscopio. Il protagonista si aggira scricchiolante in una successione di vicoli, piazzette e claustrofobici edifici, dove si avverte una straniante soluzione di continuità tra esterno e interno, in una dimensione labirintica e ciclicamente infinita che rimanda a concetti cari a Borges. In questa dimensione ‘altra’ incontra giocattoli meccanici che esultano al suo passaggio, un bambino lampadina, viti che danzano, fili elettrici ed elastici tesi che sembrano codificare nuovi linguaggi indecifrabili. Approda infine nella Via dei Coccodrilli, dove, curiosando ingenuamente tra i tessuti di una sartoria, viene irretito da una schiera di commesse compiacenti dalle sembianze di vecchie bambole di porcellana, per le quali perde letteralmente la testa.

 

 

 

 

 

 

 

 

 
I fratelli Quay, in uno stato di grazia incommensurabile, riescono a creare un sorprendente capolavoro di poesia visiva, che esula da schemi e classificazioni. Gettano le basi per una nuova disciplina dell’animazione, fatta per discepoli incoscienti che rifuggono da regole meramente narrative e commerciali. Oltre a dar prova di una tecnica di animazione eccelsa, spingono i movimenti di macchina verso stilemi che saranno ripresi anche nel cinema ‘normale’ e con la complice alchimia delle musiche di Leszek Jankowski riescono a visualizzare i sogni.

 

 

 

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