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METAMORFOSIS – Visioni fantastiche di Starevitch, Švankmajer e fratelli Quay (Barcelona CCCB marzo-settembre 2014)

March 22, 2017

Che ci fanno insieme Franz Kafka, James Ensor, Bruno Schulz, Alice, Sigmund Freud, una vecchia collezione d’insetti, Jacob von Gunten e una Venere anatomica di cera? Per avere una risposta a questa domanda è necessario andare a Barcellona e lasciarsi trascinare nella fascinazione di una mostra unica, dedicata a tre figure fondamentali dell’animazione stop-motion: Wladyslaw Starewicz, Jan Švankmajer e i due fratelli Stephen e Timothy Quay. METAMORFOSIS è libertà. Libertà estrema attraverso la creazione, l’intuizione, l’immaginazione, dentro il sogno e la realtà, attraverso l’infanzia come attitudine vitale.

 

 

 

La mostra si divide in tre capitoli fondamentali, ognuno dedicato ai nomi sopra citati, ma uniti in una magica soluzione di continuità che rende il percorso un viaggio affascinante, ricco di sconfinamenti, lasciando intravedere strade e sentieri da percorrere, espressivamente, per chi come me è alla ricerca di stimoli per il proprio lavoro, o semplicemente immaginifici per il visitatore appassionato d’animazione e arti figurative.

 

 

Si inizia il percorso con le creature che popolano i film del pioniere della stop-motion Wladyslaw Starewicz, che nasce a Mosca nel 1882. Lavora nel 1910 come direttore del Museo di Storia Naturale di Kovno, in Lituania, dove avvia ufficialmente la sua carriera da regista, girando documentari per il museo. Realizza quattro filmati che riscuotono un buon successo e comincia a progettare il quinto, che dovrebbe rappresentare una battaglia tra coleotteri. Purtroppo gli insetti muoiono durante le riprese per il calore delle lampade, così Starewicz decide di utilizzare gli esemplari morti, avvicinandosi per la prima volta alla tecnica che diventerà il suo principale mezzo di espressione. Un’influenza determinante su di lui esercita anche la visione di Les animées allumettes, un film del 1908 diretto da Emile Cohl. Il risultato del suo primo sforzo come animatore è Lucanus Cervus, che purtroppo andrà perduto.

 

 

 

 

 

 

Nel 1919, con lo scoppio della Prima guerra mondiale e la Rivoluzione d’ottobre, si trasferisce in Francia, dove ottiene la cittadinanza e cambia il suo nome in Ladislas Starevich. A Parigi crea una società nel vecchio studio di Georges Méliès ma, volendo rimanere indipendente e libero di sperimentare la sua tecnica, si sposta a Fontenay-sous-Bois dove resterà per tutta la vita, assistito prima dalla moglie e poi dalla figlia Irina. Il primo dei suoi film francesi è Frogland del 1922. Qui ha inizio la sua produzione più matura e articolata, approdando al primo lungometraggio Le Roman de Renart (Una volpe a corte), realizzato tra il 1929 e il 1931. Il film viene proiettato per la prima volta a Berlino nel 1937 e in Francia esce solo nel ’41. Starevich muore nel 1965, a metà della lavorazione di Comme chien et chat che, per rispetto verso il suo lavoro e la sua ferma volontà di non dipendere da nessuno, viene lasciato incompiuto.

 

 

 

 

 

 

Dopo aver vagato tra animali antropomorfi e insetti che formano allegre orchestrine si approda in una vera e propria Wunderkammer, ovvero la Camera delle Meraviglie di Jan Švankmajer, ricca di animali impagliati, teschi, feticci africani, strambe sculture, opere d’arte inusuali e tutti quegli oggetti che per l’autore ceco rappresentano fonte di stupore e meraviglia e quindi d’ispirazione artistica.

 

 

 

 

 

 

 

 

Appena usciti dalla wunderkammer inizia un nuovo viaggio attraverso le creazioni di Švankmajer, alcune utilizzate nei suoi numerosi film, ma altre realizzate per dare sfogo alla sua surreale visionarietà.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Švankmajer nasce a Praga nel 1934, dove tuttora vive e lavora. Studia all’Accademia di Belle Arti e inizia la sua carriera lavorando con gli spettacoli di burattini e con il Teatro Nero di Praga. Passa al mondo del cinema e della stop-motion nel 1964, quando realizza il suo primo cortometraggio The last trick. A questo fanno seguito moltissimi altri cortometraggi, ma approda al lungometraggio solo nel 1987 con Qualcosa di Alice, seguito da Lezione Faust nel 1994, I cospiratori del piacere nel 1996, Otesánek nel 2000, Lunacy nel 2005 e il recente Surviving life nel 2010. Il suo stile è inconfondibile. Il cibo, il corpo, la favola, l’alchimia, il surreale, la cultura popolare sono gli elementi centrali della sua poetica, influenzata dal movimento surrealista e da pittori come Arcimboldo. Oltre ai lungometraggi realizza un’importantissima serie di cortometraggi, muovendosi dalla claymation alla pixilation e alla stop-motion con burattini, scheletri, animali impagliati, bambole e vecchi giocattoli. Tra i suoi cortometraggi più famosi figurano Jabberwocky, La morte dello stalinismo in Boemia e Cibo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Scrive di lui Anthony Lane sul New Yorker: “Il mondo si divide in due categorie di diversa ampiezza… quelli che non hanno mai sentito parlare di Jan Švankmajer e quelli che hanno visto i suoi lavori e sanno di essersi trovati faccia a faccia con un genio”. La nota scrittrice Angela Carter gli dedica un bellissimo racconto intitolato “Alice a Praga, ovvero il gabinetto delle meraviglie”.

 

 

 

Storditi ma felici si abbandona l’universo di Jan Švankmajer per inoltrarsi nel mondo oscuro e perturbante di Stephen e Timothy Quay, due gemelli identici nati nei dintorni di Philadelphia nel 1947, che considerano Švankmajer il loro maggiore punto di riferimento e che nel 1984 gli dedicano il cortometraggio The Cabinet of Jan Švankmajer – Prague’s Alchemist of film. I fratelli Quay iniziano la loro carriera come illustratori. Appassionandosi agli artisti grafici di poster teatrali e cinematografici dell’est Europa decidono di trasferirsi a Londra, per iscriversi al Royal College of Art, dove realizzano i loro primi lavori e conoscono Keith Griffith, che in seguito diviene il produttore di tutti i loro film e con il quale fondano la società di produzione Atelier Koninck.